In moto tra i panorami dell’Appennino Tosco-Romagnolo

Ancora una volta è la primavera a dominare qui su Voce del Verbo Partire: anche se il tempo è nuovamente peggiorato, non riesco a non pensare ai primi assaggi di tepore primaverile dei giorni scorsi.

E’ per questo che ho deciso di proporvi un itinerario motociclistico nel cuore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi Monte Falterona e Campigna, attraverso il Passo del Carnaio, il Passo della Calla, fino a Camaldoli, borgo di Serravalle e Passo dei Mandrioli. Un circuito ad anello strepitoso ed imperdibile, non solo per gli amanti delle due ruote, ma anche della natura florida e dei luoghi senza tempo.
Pieno alla moto, una semplice merenda al sacco nel fedele zainetto blu e, finalmente, siamo pronti a partire, con destinazione Passo della Calla.

Seguiamo i colori brillanti con un entusiasmo sempre nuovo, nonostante conosciamo bene la tratta da percorrere: Sant’Agata Feltria, Sarsina, poi E45 fino a San Piero in Bagno, dove saliamo verso il Passo del Carnaio, valico appenninico conosciuto ed utilizzato fin dall’antichità. Si pensa che il nome derivi da una sanguinosa battaglia qui combattuta, quando costituiva un punto di frontiera della Repubblica Fiorentina.

Campi di grano, profumo di fieno appena tagliato, verde a profusione e panorami ampi sulle vallate, compongono il quadro paesaggistico di questo passaggio voluto storicamente dal Granduca Franceso Leopoldo II, per collegare Bagno di Romagna a Rocca San Casciano.
In effetti si tratta della lunga strada che seguiamo normalmente per andare al Passo del Muraglione (di cui ho anche scritto qui), mentre oggi arriveremo solo fino a Santa Sofia, da cui proseguiremo verso il Passo della Calla…non prima, però, di aver fatto una sosta caffè al bar del Carnaio!

Fin dall’antichità, il Passo della Calla servì da collegamento tra la Valle del Bidente e il Casentino: era una semplice mulattiera, utilizzata soprattutto per il trasporto del legname destinato a Firenze. Il valico con una vera e propria tratta stradale, fu aperta solo nel XX secolo, esattamente negli anni Trenta.

Oggi è principalmente un paradiso per motociclisti ed escursionisti, vista l’ampia rete di sentieri e strade da percorrere.

Inoltre, come ho avuto modo di scrivere in un precedente racconto, è il naturalistico scrigno che racchiude la meravigliosa Diga di Ridracoli (a cui ho dedicato questo post). 
Uno dei motivi per cui, da motociclisti, amiamo la strada verso il Passo della Calla, sono i tornanti avvolti da panorami strepitosi sul Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, alternati a tratti che si insinuano in una sorta di, passatemi il termine, “tunnel boschivo”. La pace, i colori, i profumi, sono un tesoro immenso.

Quando arriviamo a Campigna, sostiamo ad un tavolone di legno, per consumare la nostra colazione al sacco.

Essendo l’inizio della stagione, non ci sono ancora troppe persone a turbare la quiete del luogo, per cui ci godiamo questo improvvisato “ristorante 5 stelle”, in un frondoso abbraccio di alberi, che lasciano filtrare alcuni raggi di sole, nell’ombra avvolgente.

Ecco i pranzi che piacciono a noi: poche semplici pietanze, il fruscio della natura e la possibilità di chiacchierare godendosi il comodo legno di tavolo e panche.

Da Campigna al Passo della Calla ci dividono pochi tornanti tanto che, non avendo necessità di fermarci, proseguiamo scendendo verso Stia.

Ottima decisione, in realtà, dato che la strada è straordinaria e, cosa non da poco, ad un quarto del percorso, c’è una fonte di acqua montana, freschissima e gradevole, da cui riempire le nostre bottigliette.

A Stia, piccolo paese dell’Appennino (di cui ho parlato qui), ci fermiamo al bar. Daniele prende un caffè, io mi gusto un ghiacciolo e, mentre riposiamo un pò, diamo un’aggiustatina all’itinerario iniziale, “partorendo” una di quelle idee improvvise ma geniali: perché non andiamo fino a Camaldoli, per salire poi al Passo dei Mandrioli??? Già perché no?
Infatti, dato che un no convincente non esiste, e tornare da dove siamo venuti suonerebbe un pò noioso, ci dirigiamo in località Pratovecchio da cui prendiamo la deviazione verso Camaldoli.

Ad onor del vero, devo dire che l’asfalto è messo piuttosto male ma, accidenti che panorami!!! Vale la pena subire qualche scossone, vale la pena dover rallentare continuamente, se non proseguire a passo d’uomo, quando la ricompensa è questa meraviglia paesaggistica…

In prossimità del Sacro Eremo di Camaldoli, però, dobbiamo necessariamente fermarci per una piccola pausa: anzi, già che ci siamo, troviamo un comodo posticino in cui sederci, per una briscola violenta all’ultimo sangue!!!

Annaffiata da fresca acqua di montagna, che stempera un pò gli animi assassini. Onde evitare occultamenti di “cadaveri coniugali”, saliamo in sella quando la partita sembra ormai degenerare in rissa.

Come sempre la moto ci calma, anzi ci assorbe a tal punto che, la sola cosa possibile, è godersi la bellezza della strada di collegamento tra il Sacro Eremo e il piccolo paese di Camaldoli. Da qui, poi, via veloci con direzione Passo dei Mandrioli!

Eppure, dopo qualche chilometro, il mio sguardo viene attirato da un borghetto che risponde al nome di Serravalle e, supplicato Daniele, ci fermiamo a visitarlo.

E’ di una tale grazia, con le sue case in pietra circondate dal verde delle foreste a perdita d’occhio, da lasciarci davvero senza parole. 

Il silenzio e la serenità domenicale, sono le prime impressioni che ci colpiscono, appena ne solchiamo i vicoli.

Siamo nell’area comunale di Bibbiena e, la posizione centrale dell’antico castello, a ridosso di uno sperone di roccia, che sembra quasi sospeso sul verde dei boschi, fanno comprendere immediatamente il ruolo che il baluardo coprì anticamente: quello di “sentinella“, per eventuali pericoli che potessero intaccare sia la congregazione camaldolese, sia l’Abbazia di Prataglia.

In effetti, Serravalle si trova tra l’abitato di Camaldoli e il paese di Badia Prataglia (di entrambe ho scritto qui). La prima nacque successivamente alla fondazione della Badia di Prataglia, all’inizio dell’XI secolo e, quando poco più di un secolo dopo, Papa Pasquale II sancì l’ordine di sottomissione dei monaci di Prataglia alla congregazione dei camaldolesi, la cosa non venne accolta proprio con gioia.

Anzi, nel momento in cui il Babrbarossa provocò lo scisma della Chiesa Cattolica, Badia Prataglia appoggiò l’Imperatore, come molti altri ordini, con l’intento di sottrarsi al controllo dei camaldolesi.

Nel XIII secolo, il castello di Serravalle venne dato all’Abate di Prataglia. Nel 1305, fu ulteriormente fortificato e dotato di una torre: ancora oggi, in effetti, l’aspetto del borgo è proprio quello della piccola roccaforte difensiva.

Il costo di questi lavori, fece si che l’Abate di Prataglia cedesse il feudo in usufrutto al Vescovo, per una decina d’anni e, alla fine di questo periodo, ne tornò diretto possessore.

Nel frattempo però, in Casentino (per scoprire i luoghi cliccate qui) iniziarono ad infuriare le lotte di potere tra le famiglie Guidi, Ubertini e Tarlati.

I monaci prataliensi, decisero di consegnare momentaneamente il feudo ad Azzone degli Ubertini, con l’intento si salvaguardare i propri beni.

Non avrebbero potuto prendere una decisione più sbagliata dato che, Azzone, non solo non restituì loro il feudo, ma ne rafforzò ulteriormente le difese, passandolo a sua volta al nipote, Andreino di Biordo.

Nel XV secolo, la Repubblica Fiorentina, inviò truppe d’assalto che liberarono numerosi castelli, tra cui quello di Serravalle.

Da allora, il feudo passò di mano in mano: a Bibbiena, ai Medici, ai Lorena, ai granduchi di Toscana, restando sostanzialmente sotto l’egemonia della Repubblica di Firenze, fino all’annessione al Regno d’Italia.

Una cosa è certa: vale davvero la pena, per chi passa da qui, fermarsi a passeggiare lungo i vicoli acciottolati del caratteristico borgo, con le belle case in sassi, la piccola piazzetta, i balconi e i terrazzini fioriti.

Oltre a quegli affacci straordinari sulle foreste casentinesi, che garantiscono un verde brillante d’autore, una sorta di polmone non solo a livello di aria pura, ma proprio per gli occhi!

Risaliamo quindi in moto, questa volta senza più interruzioni, per lasciarci completamente assorbire dalle curve che ci collegano a Badia Prataglia, prima, e al Passo dei Mandrioli, poi.

Questo valico dell’Appennino Tosco-Romagnolo, fu progettato e costruito nel XIX secolo, per collegare la Valle del Savio alla Valle dell’Arno. Nell’antichità, anche qui c’era solo una semplice mulattiera.

Arriviamo a Bagno di Romagna dove, per questa volta, decidiamo di non fermarci. Adoriamo fare una passeggiata nell’accogliente centro storico, magari per gustare un buon gelato, quando passiamo da qui ma, il lungo itinerario di oggi e la bellissima visita fuori programma a Serravalle, ci hanno fatto perdere la cognizione del tempo… fin troppo dato che è davvero tardissimo!
A nostra discolpa, voglio solo dire che, avere a disposizione una tale ghiottoneria, a livello di strade, bellezze paesaggistiche ed architettoniche, farebbe perdere la ragione a chiunque dotato non solo di moto, ma di occhi per vedere, polmoni per respirare e, soprattutto, di cuore per provare le intense emozioni che, l’Appennino Tosco-Romagnolo, sa donare a chi lo attraversa.

Claudia B. Daniele L. Honda Africa Twin 

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