Quattro giorni alla scoperta dell’Abruzzo

Poco più di un anno fa abbiamo trascorso quattro giorni straordinari in Abruzzo. Non eravamo mai stati in questa regione italiana, se non di passaggio, e c’era in noi tanta voglia di scoprirla e viverla in prima persona.
Ciò che ci è rimasto da quel soggiorno, è qualcosa di talmente profondo che, nel momento in cui ho aperto il blog ad ottobre, ho seguito l’impulso di descrivere l’Abruzzo attraverso una lettera ricca di sentimenti (per leggerla, clicca qui), riempiendo il testo di tutte quelle sensazioni fortissime, e spesso contrastanti, che questa terra mi ha lasciato nel cuore. Anzi, ci ha lasciato nel cuore, perché anche mio marito ne è stato profondamente colpito.
Mi sono resa conto, però, che quella lettera per quanto vera e mia, non è un racconto di viaggio, non è utile fino al punto di poter far capire ad un viaggiatore in cerca di ispirazione, cosa valga la pena vedere e cosa no. E, alla fine, ho deciso di riprendere in mano quell’esperienza e scrivere un vero diario…sarò onesta, ho anche una gran voglia di rivivere quei momenti, perciò svolgo questo compito con piacere!
Partiamo presto in questo soleggiato giovedì di metà giugno, l’itinerario del nostro primo giorno di visite è fitto e, a dire il vero, non vediamo l’ora di iniziare a passeggiare per i vicoli dei borghi che abbiamo scelto: Atri, Città Sant’Angelo, Penne.
In realtà nel programma c’era anche il piccolo centro di Castelli, ma lo stato dissestato delle strade, le numerose vie chiuse e la mancanza di segnaletica, ci hanno letteralmente impedito di raggiungerlo! Dopo aver girato a vuoto per più di un’ora, ci siamo arresi. Quando è troppo, è troppo anche per noi. Ma, prima di questa piccola disfatta, devo dire che la giornata è stata perfetta. 
Atri è una cittadina estremamente accogliente, elegante, tenuta in maniera ineccepibile. La sua posizione elevata, a ridosso di tre colli da cui si spazia con lo sguardo sulla campagna circostante, fino all’Adriatico, permette di godere appieno del territorio abruzzese.

E poi i caratteristici vicoli lungo cui passeggiare all’ombra, scoprendo gioellini come cortili fioriti, piccole piazzette o edifici religiosi.

Anche le vie maggiori, quelle su cui affacciano palazzi nobiliari, botteghe e ristoranti, sono di una grazia divina, molto raffinati, il tutto degno dell’antica capitale del Ducato di Atri, sede ufficiale dei Duchi Acquaviva.

Gli Acquaviva acquistarono la città di Atri alla fine del XIV secolo e, da allora, si succedettero ben 19 duchi. Elevata al rango di capitale del Ducato dal 1395, rappresenta il più antico tra i ducati del Regno di Napoli, non appartenenti ad una famiglia reale.

Ci perdiamo lungo i percorsi del centro storico, che se in alcuni punti ricorda il periodo medievale con passaggi stretti e pittoreschi, in altri ti catapulta all’epoca romana, grazie al rigore e alla geometria dell’urbanistica. Ad esempio le due bellissime piazze principali, Piazza del Duomo e Piazza del Comune, erano rispettivamente le terme ed il foro.

Entriamo in un panificio per acquistare qualcosa da mangiare e ne approfittiamo per scambiare quattro chiacchiere con i proprietari, che ci fanno assaggiare alcuni dolcetti appena sfornati. La trovo una cosa gentilissima da parte loro, e scoprirò nei prossimi giorni come questa sia una caratteristica di tutti gli abruzzesi!
Imperdibile una visita alla Basilica Concattedrale di Santa Maria Assunta, la cui costruzione iniziò nel XIII secolo e che domina in maniera monumentale Piazza Duomo: ci perdiamo nel fresco interno a tre navate e tra le cappelle. Adoro la scalinata a ridosso della facciata, dalla quale si può ammirare lo spazio in posizione sopraelevata.

Torniamo al parcheggio e proseguiamo verso la meta successiva: Città Sant’Angelo, iscritta nel circuito “I Borghi più Belli d’Italia”, che sorge su un colle non troppo distante dalla città di Pescara. 

L’abitato si dipana lungo Corso Vittorio Emanuele, stretto tra due file di case,  e dominato nella parte più alta dalla Chiesa di Sant’AgostinoDa questa lunga arteria, dove vi sono bar e negozi, partono vicoli più stretti che si aprono su piccole piazzette o su importanti edifici di culto come la Chiesa di San Francesco.

Notevole la mole della Collegiata di San Michele Arcangelo, ricostruita attorno al Trecento, caratterizzata da un porticato quattrocentesco e dall’alto campanile.
Nonostante il caldo asfissiante del primo pomeriggio, è un piacere passeggiare alla scoperta di questo borgo che, pur non essendo fra quelli che più ci hanno colpito, si è fatto apprezzare per la coinvolgente calma ed alcuni scorci.

Prima di ripartire ci sediamo a mangiare un gelato freschissimo, che lotta contro il clima soffocante per non sciogliersi ancor prima di aver raggiunto la nostra bocca! Rischio che corriamo volentieri: è impagabile poter viaggiare con il bel tempo.

Attraverso una campagna sempre più bella, peccato per lo stato dissestato delle strade, raggiungiamo Penne, di cui ci innamoriamo all’istante. Iscritto nel circuito “I Borghi più Belli d’Italia”, questo paese di discrete dimensioni è davvero tutto da scoprire. Bisogna sondarlo un passo alla volta, con grande calma, partendo dalla parte bassa per inerpicarsi poi, lungo i pittoreschi vicoli. 

Penne occupa un punto strategico, a metà strada tra il Mare Adriatico e il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, su una collina dove sono state trovate tracce risalenti al Neolitico.

Antica capitale italica della comunità dei Vestini, entrò in conflitto con la repubblica Romana dalla quale venne subordinata, attraverso una sorta di alleanza militare.

Gli scorci caratteristici che si palesano all’improvviso, ci impongono di fermarci spesso per scattare fotografie e, in ogni caso, non sarebbe possibile correre, perché il caldo e le salite non permettono di accelerare. E poi che senso avrebbe? Come si potrebbe godere di così tanto splendore se ci affannassimo senza senso da una parte all’altra?
Lentamente, passo dopo passo, ci lasciamo conquistare dai palazzi nobiliari, che sembrano ancor più imponenti a ridosso delle piccole viuzze. Troviamo aperta solo la barocca Chiesa della S.S. Annunziata, mentre tutti gli altri edifici religiosi, persino il duomo, sono chiusi.

Ci dispiace, ma non ci perdiamo d’animo e ci spingiamo fino alla grandiosa Porta San Francesco, ricostruita nel XVIII secolo.

Dato che sta per scadere il disco orario, raggiungiamo l’auto e ripartiamo con l’idea di spingerci fino a Castelli ma, come già accennato, l’impresa si rivela impossibile: strade dissestate, chiuse, inaccessibili, fanno completamente perdere noi, lo stradario e persino il navigatore.

Frustrati e accaldati, decidiamo di mollare l’impresa e raggiungere l’agriturismo “Godere Agricolo”, nel quale soggiorneremo in questi quattro giorni.
Devo dire che l’accoglienza e la visione di questo piccolo paradiso agreste, ci rimettono immediatamente al mondo, facendoci dimenticare ogni impresa vana dell’ultima ora e mezza: un casale di campagna splendidamente ristrutturato ma non snaturato, circondato dal verde delle colline e dei campi della provincia di Teramo, con una vasta aia come quella in cui giocavo da piccola a casa dei miei nonni!

In un’area riservata è stata ricavata una piscina così invitante che, appena lasciate le nostre cose in camera, mi precipito a testare in prima persona.

Dani non nuota e non ama particolarmente stare al sole, ma mi accompagna comunque, anche perché il soffice prato su cui sono sistemate le sdraio è piacevolissimo e gli alberi permettono di godersi l’ombra. Nuotare ammirando i panorami mozzafiato e le colline è una magia.

Che dire poi della gustosa cenetta che ci viene proposta, a base di prelibatezze a km zero? Poesia per il palato.

Una serata del genere è un’esperienza che andrebbe ripetuta ogni giorno: trovarsi immersi nella pace, condividere chiacchiere e risate, scambiare qualche battuta con gli adorabili proprietari, mentre il canto dei grilli accompagna le nostre parole.

Infine, per addormentarsi, aria fresca che entra dalle finestre e radio accesa, perché le stanze non hanno tv. Non avremmo potuto ricevere una buonanotte migliore.

∞♦∞

Il secondo giorno di visite inizia con una colazione da campioni, servita nel patio! Veniamo viziati da un servizio eccellente, con tanto di quotidiani, marmellate e dolci fatti in casa.

Per non parlare dell‘uovo sbattuto, fresco fresco di covata, che mi rimanda direttamente all’infanzia! Rinunciamo ai piatti salati perché non sapremmo dove trovare posto per altro cibo. 
Poi si parte dato che il programma di giornata è fitto: prendiamo l’autostrada per raggiungere L’Aquila senza perdere tempo, visto quanto è successo ieri. 
Ebbene si, L’Aquila. Ora, cari lettori, io non posso girarci tanto intorno ed infiocchettare ciò che non è salvabile. L’Aquila ci ha distrutti emotivamente.

Mi rifaccio ai commenti di tutti quelli che, durante il resto del soggiorno, ma anche nei giorni seguenti in risposta alle nostre descrizioni, ci hanno detto che davvero, rispetto a qualche tempo fa, di lavori dopo il terremoto del 2009 ne sono stati fatti. E li ringrazio per averci rassicurati perché, ad essere onesti, noi abbiamo avuto la sensazione di muoverci in una città ancora profondamente ferita. Un’anima in pena. Un centro fantasma.

Parlo di un viaggio fatto nel 2015, sei anni dopo quella immane tragedia che ha colpito l’Abruzzo nella primavera del 2009, e ancora vi sono cantieri, le zone rosse delimitate ed inaccessibili, vie completamente impraticabili, l’aria impregnata del fumo delle macerie, probabilmente dovuta ai lavori in corso. 
Non ci piace quello che vediamo. E non parlo da un punto di vista estetico. Non ci piace perché i nostri cuori piangono di fronte ad un evidente abuso politico ed economico, di fronte alla mercificazione di una tragedia che è costata vite umane.

Da anni si parla di crisi, con ditte edili che chiudono mandando a casa operai, togliendo loro uno stipendio. E qui c’è una città da ricostruire, un cantiere a cielo aperto che potrebbe dare quel lavoro tanto agognato!

I fondi sono arrivati da ogni parte del mondo, per cui “non dovrebbe” essere una questione economica. Di cosa stiamo parlando, quindi? Di cosa? Io provo ribrezzo per ciò che questo osceno Stato permette. E non aggiungo altro, ma solo perché mi rifiuto di sporcare il mio blog con la politica.

Nemmeno la breve sosta alla ricostruita Basilica di Collemaggio, riesce a toglierci l’amaro profondo che ha ormai penetrato la nostra pelle, insieme al tremore e alla stretta allo stomaco con cui abbiamo percorso le strade cittadine.

Io e Daniele ci siamo guardati atterriti rendendoci conto che, per la prima volta in tanti anni di viaggi, una visita ci ha provocato male fisico…

Iniziamo a riprenderci solo quando ci avviamo lungo la strepitosa strada che si inerpica fino a Santo Stefano di Sessanio, uno dei luoghi più belli che ci sia capitato di vedere in vita nostra. Un abitato che sorge all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

Il ricercato borgo medievale iscritto al circuito “I Borghi più Belli d’Italia”, ci accoglie inondato da un sole ormai alto che lo illumina in maniera violenta, accecante, con la pietra faccia a vista degli edifici che riflette i raggi quasi come fosse vetro.  
Casette dal gusto delizioso, qualche ristorantino o bottega ben celati nel dedalo di viuzze, il frinire delle cicale, il colore ed il profumo dei fiori che decorano con fascino ogni spazio abitato; intorno, il verde a perdita d’occhio di quel Parco Nazionale che promette di donarci un milione (più una!) di sorprese, nel corso delle prossime ore.

Malìa pura per questo angolo che, con la propria quieta accoglienza, riesce a lavar via tutte le sensazioni negative accumulate a L’Aquila…almeno in superficie, perché quanto si imprime nella mente difficilmente si può estirpare.
Tra un passaggio e l’altro arriviamo sino alla piazzetta principaleuno spazio ristretto, un piccolo gioiello su cui si affaccia la Chiesa Madre.
E, a due passi da qui, salendo lungo una scalinata protetta dal sole da una grande copertura a botte, ci imbattiamo in una bottega minuscola, graziosa come una bomboniera, dove entriamo per acquistare dei panini. 
Scambiamo quattro chiacchiere con la proprietaria, una ragazza gentilissima e molto simpatica, poi sediamo nel lillipuziano esterno, una sorta di terrazzino accogliente, dove una panca ci permette di riposare all’ombra. Il dolcetto che ci regala a fine pasto la giovane, è un gesto graditissimo per noi.

Ci sono diversi turisti in giro per il borgo, che si muovono fra i vicoli e gli alberghi diffusi sparsi un pò ovunque all’interno delle antiche abitazioni.

Troviamo anche una bottega artigiana, dove vengono prodotti e venduti manufatti in lana, proveniente dalle pecore allevate dal marito della proprietaria. Mi fermo a chiacchierare con questa giovane che, insieme ad altre donne di Santo Stefano di Sessanio, sta portando avanti questo progetto di rivalutazione del borgo, tramite le produzioni artigianali e l’attività ricettiva.
Molto pittoresco lo spazio di lettura ricavato all’interno dei freschi ed antichi locali in pietra. Il tutto a ridosso di un cortiletto accogliente e ameno.

Lasciamo a malincuore il paese, per spostarci a Calascio, antico borgo di origine normanna, famoso in tutto il mondo per la Rocca fondata nell’anno Mille e set cinematografico di tantissime pellicole come, per citarne un paio, “Lady Hawke” e “Il nome della Rosa”. Come dimenticare la scena in cui Guglielmo da Baskerville, sale a dorso d’asino lungo la ripida mulattiera?
Lasciamo l’auto nel poco spazio disponibile all’imbocco del borgo e, pur senza un asino a disposizione, iniziamo a salire verso l’abitato medievale e, successivamente, a Rocca Calascio. Nonostante il caldo soffocante ed il vento impetuoso, ci godiamo ogni straordinario affaccio sul Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

Non ci sono parole per descrivere questi panorami, non colori per spiegare cosa succede quando le nuvole giocano irriverenti in cielo, stravolgendo in maniera totale il paesaggio.
Borgo e castello formavano un unico nucleo fortificato e, in passato, erano collegati da un ponte levatoio in legno. Dall’alto della rocca si poteva dominare l’intera area: rappresentava quindi un ottimo punto di avvistamento e comunicazione, anche con le torri e i castelli limitrofi.

La pietra bianca della grandiosa struttura si contende lo spazio con la dirimpettaia Santa Maria della Pietà, un tempietto ottagonale del XVI secolo, che sorge dove la popolazione riuscì a sopraffare un gruppo di briganti.

Immersi in un silenzio irreale e in una bellezza prorompente, lasciamo che il vento continui a strattonarci e guidarci da una struttura all’altra, perdendoci con lo sguardo in questo magnifico quadro prospettico.
Passeggiare tra le pietre di Rocca Calascio rappresenta un attimo di intensa suggestione, sembra di poter quasi respirare il passato, la storia, in un circuito di sospensione spazio temporale.

Ci muoviamo tra i resti del fortilizio, che crebbe notevolmente nel Quattrocento grazie al passaggio alla famiglia Piccolomini prima, e ai Medici, poi, i quali la acquistarono insieme a Santo Stefano di Sessanio. La struttura venne ampliata, rafforzate le mura, fu costruito un nucleo abitativo sottostante e, le due unità, furono collegate.

Scendiamo lentamente al parcheggio, lasciandoci alle spalle un nuovo piccolo tesoro che difficilmente dimenticheremo. Pochi km ci separano dall’ultimo borgo che abbiamo in programma di visitare oggi, Castel del Monte, iscritto al circuito “I Borghi più Belli d’Italia”.

Arroccato alle pendici del Monte Bolza, il borgo risale all’XI secolo, anche se era collocato più a sud rispetto ad ora: la popolazione in fuga dai barbari invasori, si rifugiò proprio nel nucleo fortificato, il ricetto, la parte più antica di Castel del Monte.
Vi sono molti lavori di ristrutturazione lungo i vicoli del borgo e tra le abitazioni, ma ciò non toglie che scivolare fra questi angusti passaggi, sia davvero un piacere per gli occhi. Palazzine che stringono scalinate, con le quali è possibile muoversi con riverenza tra i piani del paese.

Saliamo in auto per concludere il nostro pomeriggio attraversando il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

E’ dura descrivere lo spettacolo che scorre davanti ai nostri occhi, tra verde lussureggiante e campi in fiore i quali, mano a mano che ci spingiamo verso Campo Imperatore, si fanno più brulli, lasciando spazio al marrone intenso della terra, a solo pochi sprazzi di verde, al bianco intenso delle nevi e ai rilievi che racchiudono il tutto come uno scrigno.

Mentre i cavalli allo stato brado corrono liberi e pascolano beati, ignorando totalmente lo stupore di chi percorre queste arterie, le nuvole in cielo si rincorrono incastrandosi tra loro, creando strane immagini e riversandosi, poi, lungo i fianchi dei monti. L’aria si fa via via più fresca, e non sembra più un torrido giugno battuto dagli anticicloni.

Un paesaggio struggente che l’alpinista Fosco Maraini paragonò al Tibet tanto che, da allora, ci si riferisce a Campo Imperatore denominandolo “piccolo Tibet”.
E’ anche ovvio il motivo per cui una tale bellezza naturalistica sia stata utilizzata spesso come set cinematografico: tanta meraviglia sarebbe impossibile da ignorare.

Il Rifugio Campo Imperatore è stato l’ultima prigione di Benito Mussolini nel 1943, prima di venir liberato dai tedeschi; la sua stanza è ancora visitabile e la struttura funzionante

Scendiamo lentamente verso L’Aquila, godendoci gli ultimi passaggi in questa natura incontaminata, così bella da colpire dritto al cuore. Al nostro arrivo in agriturismo, i proprietari si fermano a chiacchierare con noi all’ombra, nell’aia, offrendoci acqua fresca ed un piatto di formaggi e salumi. Un gesto così carino, va a concludere una giornata indimenticabile.
Ci trasciniamo fino in piscina per assorbire gli ultimi raggi di sole e approfittarne per nuotare in mezzo al verde. Anche la serata tra sapori antichi e puri, trascorsa a condividere pensieri con gli altri ospiti della struttura, è speciale e piena di significati. E ha tutto il sapore del passato, quando nelle vecchie case di campagna ci si radunava durante la cosiddetta “veglia”, per condividere un pasto e raccontare storie.

∞♦∞

La nuova giornata ci dà nuovamente il buongiorno col sole: che spettacolo! Ci godiamo una colazione deliziosa all’aperto, prima di salire in auto alla volta della lunga tratta verso le Gole del Sagittario.

Viste le tante soste in programma e la bellezza naturalistica che ci accingiamo a visitare, il sole è una benedizione! D’accordo che siamo di bocca buona e viaggiamo anche nelle condizioni climatiche peggiori…ma a volte fa piacere il lusso di una giornata tersa!
Arriviamo ad Anversa degli Abruzzi a metà mattinata, e facciamo una sosta caffè in una bottega-bar-negozio di souvenir (presente il tipico vendocomprotrovotutto dei paesini?), nel quale ci divertiamo a scambiare battute con i proprietari. Dopodiché trascorriamo un pò di tempo a visitare questo angolo di pietra, iscritto nel circuito “I Borghi più Belli d’Italia”

Teneramente accoccolato all’interno della Riserva Naturale delle Gole del Sagittario, Anversa degli Abruzzi è un susseguirsi di piccoli vicoli curati, su cui dominano i ruderi del Castello Normanno, lo stesso castello nel quale D’Annunzio ambientò il romanzo “La fiaccola sotto il moggio”.

Ma, a mio avviso, vera perla di questa zona è un altro borgo, posizionato a pochissimi km da Anversa degli Abruzzi: l’abitato di Castrovalva, arroccato su uno sperone roccioso. La sola strada che conduce a questo sonnolento centro, vale la pena di essere percorsa per gli straordinari affacci sull’Alta Valle del Sagittario.

Poi, una volta in cima, si viene catapultati in un mondo estraneo alla realtà di tutti i giorni: un villaggio d’altri tempi, dove le persone si fermano a chiacchierare con te, dove ogni vicolo cela una sorpresa. Dove guardi le meravigliose villette ricche di decori floreali e pensi: “Io, qui, ci vivrei”.

Una favola, questo angolino d’Abruzzo, di cui ci innamoriamo a prima vista e che ci conquista molto più di Anversa. Anche per la sensazione costante di calorosa accoglienza, per la suggestiva atmosfera che si respira ad ogni passo.
E’ un antico feudo citato per la prima volta nel 1079, come possedimento dei Signori di Sangro, ai quali appartenne fino a tutto il Cinquecento. Dopodiché passò di mano in mano e, solo con un editto del XIX secolo, Ferdinando I Delle Due Sicilie unì Castrovalva ad Anversa, di cui resta ancora l’unica frazione.

Lasciamo controvoglia il paese per dirigerci verso le mete successive: Villalago e Scanno, ambedue iscritti nel circuito “I Borghi più Belli d’Italia” (titolo che meriterebbe anche Castrovalva…).

E’ un approssimarsi lento il nostro, uno spingerci sempre più a fondo nel cuore della Riserva Naturale delle Gole del Sagittario, regno incontrastato di molti animali selvatici tra i quali il lupo.

Abbassiamo i finestrini e ci godiamo appieno l’emozione di percorrere un territorio ammaliante, con le alte pareti della gola che incombono su di noi, e il corso del fiume Sagittario dalle acque color smeraldo, su cui spicca il verde della vegetazione circostante.

Ci fermiamo nei pressi dell’Eremo di San Domenico, prima di salire verso Villalago, da cui si gode di un panorama indescrivibile su questa bellezza della natura.

E’ difficile spiegare cosa si prova nel momento in cui, gradino dopo gradino (non a caso ho personalmente ribattezzato questo borghetto “il paese delle scalinate”), vicolo dopo vicolo, tra scorci pittoreschi e piazzette accoglienti, si arriva alla zona panoramica che dà sulla gola: roccia nuda inframmezzata dal verde, con lo smeraldo delle acque che spicca come un gioiello. E’ una perfezione che l’occhio coglie come fosse un dipinto e non realtà.

Quando raggiungiamo Scanno il tempo si è ormai rannuvolato, dandoci un pò di tregua dal sole cocente. Immaginavamo di trovare un piccolo centro storico, invece Scanno è un borgo consistente, con un abitato notevole, molto bello.
Anche qui vige la regola del buon senso per cui è consigliato muoversi piano, apprezzando gli scorci di vita quotidiana e gli angoli ameni. Non è un caso se, proprio Scanno, è conosciuta come “città dei fotografi”, dato che è stata immortalata da numerosi artisti nel corso del Novecento, facendo si che la bellezza di questo angolo d’Abruzzo arrivasse fino oltreoceano.

Un centro abitato sin dall’epoca romana, che uscì miracolosamente illeso dalle invasioni barbariche, grazie alla sua struttura difensiva. Le cose andarono peggio con l’arrivo dei saraceni, che assalirono le popolazioni locali mutandone anche le tradizioni, tanto che abiti e copricapi femminili assunsero tratti strettamente legati allo stile orientale.
Qui ogni punto è pura poesia, bisognerebbe scattare mille foto al secondo per poterne cogliere davvero l’anima. Scanno è piacevole, è sorprendente, è un insieme di emozioni e di sensazioni.

Si passa dal vicolo o dall’angolino nascosto, raccolto, pittoresco, dove vi sono solo piccole botteghe, alla piazza e ai viali di passaggio, intensamente vissuti sia dai turisti che dagli abitanti.

Un numero impressionante di chiese e palazzi, si alternano a villette e piccoli oratori: questo dualismo fa si che la visita al centro non sia mai scontata, ma una sorpresa costante, perché semplicemente non hai idea di cosa verrà dopo!
Acquistiamo dei panini in una piccola bottega e ci sediamo a mangiare su una panchina con vista panoramica sul borgo, all’ombra di un grande albero, dopodiché proseguiamo la nostra passeggiata senza meta, prima di tornare al parcheggio.

Abbiamo diverse possibilità di visita tra cui scegliere, ma decidiamo di dividere il resto del pomeriggio tra una sosta al Giardino Botanico delle Sorgenti del Cavuto, oasi WWF, ed una passeggiata nel borgo di Pacentro.
Nella verde area naturalistica, che si trova nei pressi di Anversa degli Abruzzi, seguiamo un semplicissimo percorso ad anello, totalmente immerso nel verde dove, oltre ad un’area attrezzata, si possono ammirare fonti, laghetti e un orto didattico con erbe e piante.

A Pacentro ci troviamo nuovamente immersi nella perfetta quinta di un paese iscritto nel circuito “I Borghi più Belli d’Italia”. Siamo a pochi km dal centro di Sulmonacircondati dal Parco Nazionale della Majella. L’abitato si trova su una collina, alle pendici delle Montagne del Morrone
Questo borgo ameno, una perla di grazia pura e assoluta, è il luogo d’origine della famiglia Ciccone: vi dice nulla questo nome? Ebbene si, mi riferisco proprio alla famiglia della mitica cantante Madonna!

Passeggiamo spensierati per i vicoli del paese, raggiungendo la sontuosa parrocchiale di Santa Maria della Misericordia, che domina la piccola, graziosa piazzetta; alle spalle le pareti rocciose delle montagne, incorniciano l’ambiente, creando uno spettacolare contrasto con la pietra splendente degli edifici.
Ad ogni passo ci innamoriamo sempre di più della raffinatezza di questo centro, citato per la prima volta nell’VIII secolo. Nonostante le vicissitudini attraversate nel corso dei secoli, tra cui la piaga del brigantaggio, Pacentro è stato completamente rivalutato ed è costantemente meta di turismo…d’altronde tanta bellezza non poteva restare a lungo nascosta.

Raggiungiamo il Castello Caldora, risalente al X secolo, la cui mole domina l’intero abitato, con le sue torri quadrate disposte su pianta quadrilaterale. Vi sono torrioni ed un ampio fossato e, ai suoi piedi, si è sviluppato l’ameno centro, durante i secoli in cui le vallate erano tediate dalle invasioni barbariche.

Seppure con dispiacere decidiamo di tornare all’auto e dirigerci verso S.Onofrio, dove si trova il nostro accogliente agriturismo.

Siamo piuttosto stanchi, la giornata di oggi è stata densa di visite e, considerato anche il caldo torrido, l’idea di buttarci in piscina ci attira come un miraggio.
E’ la nostra ultima serata qui, e la trascorriamo godendoci i sapori avvolgenti che ricordano l’infanzia, approfittandone per chiacchierare con i proprietari e conoscerli un pò meglio.

∞♦∞

Questa mattina ci svegliamo non particolarmente felici al pensiero di dover tornare a casa: in effetti prendiamo tutto con molta calma, dalla colazione, agli ultimi saluti, fino alla tratta in auto attraverso la florida campagna abruzzese.

Prima di entrare in autostrada, ci fermiamo a visitare Civitella del Tronto che, come la maggior parte dei luoghi toccati in questi giorni, fa parte del circuito “I Borghi più Belli d’Italia”.
Abbiamo la fortuna di trovarlo ancora piuttosto vuoto, vi sono solo poche persone che vanno a messa, oppure a comperare il giornale, o a fare colazione in uno dei tanti bar del centro.
Così, con l’abitato medievale a nostra completa disposizione, ci incamminiamo oltrepassando Porta Napoli, e accediamo alla soleggiata terrazza panoramica su cui sorge la Chiesa di San Lorenzo.
Attorno a noi il risveglio lento del borgo, davanti a noi un affaccio mozzafiato che, dall’alto di questa collina tufacea, è incredibile. Non so quanti milioni di sfumature di verde stanno ammirando i nostri occhi.

Nonostante non siano chiare le origini di Civitella del Tronto, qui nei pressi sono stati rinvenuti reperti risalenti al Neolitico. Di certo l’aspetto con cui si presenta a noi, è quello di un intatto borgo medievale del IX-X secolo, epoca in cui effettivamente venne edificato.

Seguiamo i vicoli che, mentre saliamo verso la rocca, si fanno sempre più stretti e ripidi: la struttura di questi passaggi serviva per poter bloccare ed incanalare le truppe durante gli assedi, in modo tale da proteggere la rocca come ultimo baluardo difensivo.
La rocca è un’importante opera di ingegneria militare, composta da architetture di varie epoche disposte su più livelli, collegate da rampe. Fin dalla strada, la visione d’insieme di fortezza e borgo è di grande impatto.
Civitella del Tronto si contende col borgo marchigiano di Ripatransone, il titolo per la “ruetta più stretta d’Italia”: al di là di questa piccola schermaglia, il susseguirsi di vicoletti è un piacere, sia per la macchina fotografica che per gli occhi. Anche se il dubbio su quale tra le due contendenti si aggiudicherà la nomina, resta.

E’ arrivato il momento dei saluti…pratica sempre difficile, in realtà. C’è ancora tanto da vedere, da scoprire ma, in quattro giorni, non avremmo potuto fare di più.

Vogliamo riservarci la gioia di tornare qui, per gustare nuovamente il piacere di osservare l’Abruzzo attraverso i suoi colori, i suoi sapori e attraverso i gesti accoglienti del suo popolo.

∞♦∞

Consigli utili
-Se come noi capiterete in una struttura che vi permette di ammirare un piccolo allevamento di maiali, non lasciatevi prendere dalla sindrome di “Babe, maialino coraggioso”. Magari quei piccolini rosei e paffutelli susciteranno in voi tenerezza e puffosità (Accademia della Crusca!!! prendetevi questa…), ma sappiate che entro breve saranno loro a trovare puffosi voi e, in ogni caso, sarebbe impensabile portarli a spasso con un guinzaglio. Insomma: non adottate un maiale.
-Pensate piuttosto alla possibilità di assoldare un “Teseo” munito di filo di Arianna, di Minotauro e di satellitare integrato!!! Seriamente: segnaletica, percorsi alternativi e una sistemata alle strade non sono opinabili. 
-Quando il venticello insistente minaccia di portare via voi e anche i vostri capelli, non cercate di fare i fighi mettendovi in posa con movenze sensuali, in modo da risultare fotogenici. Lasciate proprio stare! Rischiate solo di volare giù nella vallata e senza nemmeno  passare dal via!

Claudia B.

2 Commenti

  1. Ciao Claudia, ma quanto hai visto in soli 4 giorni???
    Pensa che anche io nel2015, precisamente a fine giugno sono stata due giorni a L'Aquila e mi trovo molto in quello che dici tu. L'ho vista come una città profondamente colpita, ancora con decine e decine di cantieri e la zona rossa delineata. L'odore di cemento si mescolava a quello dello zafferano che usciva dai ristoranti… però ti dirò che averla vista viva e molto partecipata dai giovani ed universitari il sabato sera mi ha lasciato senza parole e mi ha trasmesso grande gioia. È una città amata, non è abbandonata da chi la vive ogni giorno. E credo che sia molto importante. Ecco perché sono convinta che si rialzera' con orgoglio. Purtroppo il colpo preso è stato pesante e ci vorrà tempo ed aiuti.
    Comunque è una città che in poco tempo mi ha lasciato un segno nel cuore e nella quale vorrei tanto tornare ☺

    1. Sono stati quattro giorni molto intensi, bellissimi ma impegnativi e toccanti.
      Sai, anche secondo me L’Aquila ne verrà fuori, e io vorrei tanto poterla rivedere al massimo dello splendore. Mi turba di più il ruolo della politica e delle istituzioni in tutto questo..
      Leggere la tua descrizione del modo in cui la città viene vissuta da studenti e giovani, nonostante tutto, mi dà speranza. Considera che noi l’abbiamo vista un venerdì mattina e non ho avuto modo di apprezzarla da questo punto di vista. Sicuramente mi avrebbe aiutata a conservarne un ricordo meno traumatico.
      Speriamo che il nostro desiderio di tornare e viverla “integra” possa realizzarsi presto!
      Claudia B.

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