Brisighella, il borgo dei tre colli

Non so come la pensiate voi ma, personalmente, dire che il tempo in questa difficile estate 2016, sia per me sintomo di grande stress, è l’eufemismo del secolo.
Ciò non toglie che la voglia di scoprire posti nuovi sia sempre attiva e pressante: mi dispiace solo non poterlo fare in moto. Ma, per la serie “l’importante è andare”, non sarà il maltempo ad avere la meglio su di noi. O quasi…
Domenica mattina, nonostante le previsioni orrende, decidiamo di acquistare dei panini e partire alla volta dell’entroterra faentino, nello specifico l’idea è quella di raggiungere il borgo medievale di Brisighella. E’ da tempo che vogliamo visitarlo e, oggi, è la giornata gusta per farlo, qualunque siano le bizze del clima!
Devo dire che, più ci avviciniamo alla meta, più la tonalità blu balena assunta dal cielo, inizia a preoccuparci: noi non abbiamo nulla contro il blu balena, sia chiaro, ma solo se limitato ad una puntata di “Cambio Casa Cambio Vita”. Altrimenti, se diventa il colore predominante in cielo, qualcosina da ridire in proposito l’avremmo.
Infatti, quando lasciamo Faenza per spingerci verso la bassa valle del Lamone e Brisighella, inizia a piovere a dirotto, un vero temporale serio e convinto, che minaccia di rovinarci la giornata.
Ma il duo di Voce del Verbo Partire è assolutamente positivo: noi vediamo il bicchiere mezzo pieno (di pioggia, ma sempre mezzo pieno), perciò decidiamo di fermarci in auto nell’attesa che le cose migliorino.
Pranziamo, giochiamo a carte e, finalmente, vediamo il cielo liberarsi dalle nuvole e lasciare posto ad una timida schiarita: è il momento di andare!

Brisighella si trova a circa un’ora e mezza di auto da casa nostra ed è una visita che abbiamo rimandato a lungo; non perché non ci attirasse, al contrario: la realtà è che me la tenevo come asso nella manica. E oggi, è stata una gran giocata, lasciatemelo dire!

Iscritta al circuito “I Borghi più Belli d’Italia” e racchiusa all’interno del Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola, la duecentesca Brisighella ha un centro storico che sa ammaliare il visitatore…e noi ci lasciamo rapire dalla sua bellezza così vivace! Colori a profusione, scorci particolari, un’accoglienza raffinata.

Un profilo subito riconoscibile, caratterizzato da tre colli a ridosso dell’abitato, su cui svettano la Rocca Manfrediana, la Torre dell’Orologio ed il Santuario del Monticino.
Seguiamo le pittoresche segnaletiche che permettono di muoversi liberamente nel borgo, con indicazioni non solo turistiche ma anche di ordine pratico; me ne innamoro subito, sono così diverse dalle solite indicazioni marroni che si trovano ovunque.

Iniziamo la visita dalla Collegiata di San Michele del XVII secolo, in Piazza Carducci, che domina con la propria mole la parte bassa del borgo: è un monumentale biglietto da visita.

Saliamo lentamente lungo la parte esterna del paese, percorrendo una gradevole viuzza piena di decori floreali, da cui si può ammirare una piacevole prospettiva sulla Collegiata: peccato che la facciata sia in ristrutturazione, altrimenti sarebbe stato un quadro perfetto.

Da qui ci ritroviamo nella graziosa Via delle Volte, dove una successione di ameni passaggi coperti racchiude abitazioni e ristornati.

Fiori profumati a profusione e colori vivaci, inondati dalla calma rilassante di un primo pomeriggio domenicale, fanno da sfondo alla piccola Piazza del Monte, che va a terminare sulla Fontana Vecchia del XV secolo.

Una breve passeggiata separa questo slargo da Via Naldi che immette nella bellissima Piazza Marconi: cuore antico del borgo, è un vero gioiello caratterizzato da tinte allegre, splendidi edifici, tra i quali spicca Palazzo Pubblico, un’infilata di bei loggiati e un considerevole numero di localini davvero piacevoli.

Bar, ristoranti, trattorie che propongono deliziose ghiottonerie romagnole, si alternano a negozietti particolari e ricercati, alcuni dei quali vendono oggetti vintage, come una sorta di mercatino lungo i vicoli.

Una delle caratteristiche che mi ha colpito di queste attività, è che sono letteralmente celate da grossi portali di legno, i quali vengono poi aperti a ridosso della piazza!

Oppure si trovano sotto ai portici, al riparo dalle intemperie. In questo modo si respira una sensazione di rustica accoglienza, di borgo, intesi come momento di vivibile condivisione, che si amplia però ad un senso ricercata mondanità. Mi rendo conto che sembra un controsenso…ma non saprei come spiegarvi meglio ciò che ho provato!

Ma la vera punta di diamante di Piazza Marconi, è l’antica Via degli Asini, già Via del Borgo. Si tratta di una storica via sopraelevata, costruita probabilmente nel XIV secolo.

La si nota sin dalla piazza, per la presenza di lunette che si affacciano sullo slargo, interrompendo la linearità degli alti palazzi colorati.

In passato univa le due porte della città ed era un baluardo difensivo: si trattava dei camminamenti di ronda che vennero poi inglobati nella struttura degli edifici. Pare che, nel 1467, si impedì a Federico da Montefeltro di entrare in paese, proprio grazie alla presenza di questa struttura.

Quando poi nel quartiere si trasferirono i birocciai, ossia i carrettieri che trasportavano il gesso dalle cave utilizzando la forza degli asini, il nome della strada mutò in Via degli Asini.

Le stalle in cui venivano ricoverati gli animali, erano poste di fronte agli archi; le abitazioni si trovavano ai piani superiori; i birocci (carri), venivano sistemati in rimesse di gesso posizionate nella piazza sottostante.
In questo quartiere nacquero anche Gaetano e Amleto Cicognani, entrambi Cardinali di Santa Romana Chiesa…caso singolare per una coppia di fratelli!

La passeggiata lungo la Via degli Asini è speciale, soprattutto quando ci sono pochissime persone come in questo momento: ci si gode ogni passo, ogni affaccio sui locali di Piazza Marconi, è come trovarsi in un intimo tunnel, invaso dai giochi di luce che il sole (finalmente fra noi), crea entrando dalle lunette.

Uscendo dalla Via degli Asini, si percorrono pochissimi passi prima di accedere al Vicolo Paolina, un altro suggestivo passaggio coperto, molto più raccolto, che immette in Piazza Marconi.

Da qui proseguiamo verso i vicoli secondari, un susseguirsi di scorci deliziosi che portano fino alla Chiesa del Suffragio, purtroppo chiusa. All’interno vi è una cripta in cui sono conservati i resti dei soldati originari di Birisighella, caduti nelle varie guerre.

Decidiamo di iniziare la salita verso la Rocca Manfrediana per visitarne gli interni: la si potrebbe comodamente raggiungere in auto, ma preferiamo approfittare del sole che miracolosamente si è palesato, per seguire il sentiero fino alla cima.

E’ una scelta azzeccatissima, perché si passa da vicoli acciottolati molto pittoreschi e casette colorate.

Soprattutto, è proprio grazie a questo percorso che ci imbattiamo nel “Giardino di Ebe”, realizzato nel 2000 dall’artista giapponese Hidetoshi Nagasawa. Posizionato sul sagrato della Chiesetta di San Francesco, lo scambiamo inizialmente per un classico labirinto ed entriamo dalle basse arcate, per passeggiarvi all’interno.

E’ uno spazio piccolo e raccolto, senza fiori ma con piante di ulivo, la cui peculiarità è quella di essere composta da legno e gesso, due materiali che identificano questa zona e la storia di Brisighella.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che siamo nel Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola, ricca di cave e grotte da cui si attingono gesso e lapis specularis, sin dall’antichità. 

Vi sono vari ingressi che immettono nei minuscoli vani, in un intersecarsi di passaggi fra esterno ed interno, come metafora dei parallelismi della vita.

Riprendiamo la salita percorrendo Via della Rocca, racchiusa fra muretti, piccoli angoli privati e coperta da alberi frondosi.

Mano a mano che proseguiamo, vediamo aprirsi affacci straordinari sulla lussureggiante vallata romagnola e sull’abitato di Brisighella: una volta in cima, poi, dagli spalti il panorama è mozzafiato! Un tripudio di verde e pietra, che ripaga di ogni sforzo fatto per giungere fino a qui.

Paghiamo il biglietto d’ingresso che, con soli 3€, permette di accedere sia alla Rocca Manfrediana che al Museo Civico Ugonia, in Piazza Marconi, e ci addentriamo con piacere nella storia dell’imponente fortezza, raccontata non solo da pannelli esplicativi, ma anche da registrazioni che si azionano al passaggio delle persone!

Molto utile anche il “Taccuino del Viaggiatore”, un vademecum che ci viene consegnato in biglietteria con informazioni storiche e turistiche, un elenco dettagliato di sagre ed eventi, locali e strutture d’accoglienza, ma anche con escursioni per approfondire la conoscenza delle zone limitrofe.

Nel 1290, il condottiero Maghinardo Pagani, edificò la roccaforte più importante dell’intera vallata, quella da cui ebbe origine il borgo di Birisighella e che corrisponde all’attuale Torre dell’Orologio.

Nel XIV secolo il Signore di Faenza, Francesco I Manfredi, fece erigere la rocca su un altro sperone di roccia.

I due edifici furono inizialmente collegati, per formare un unico baluardo difensivo; oggi sono separati da una verde scarpata, reciprocamente visibili come un quadro medievale di pregio.

Attorno alla metà del Quattrocento, la rocca venne completamente rimaneggiata e, agli inizi del XVI secolo, completata dai Veneziani, durante il loro breve periodo di dominio in Romagna, con l’aggiunta della torre più alta.

All’interno della Torre Manfrediana è allestito il Museo dell’Uomo sulla Vena del Gesso, in cui ci si approccia al rapporto delle popolazioni locali con il territorio e i materiali che qui si estraggono.

Vi sono filmati e reperti, che spiegano come le grotte fossero utilizzate in epoca Protostorica con finalità di culto o funerarie, per venire poi ampiamente sfruttate in epoca romana, con l’estrazione del lapis specularis, il cosiddetto vetro di pietra, impiegato come vetro da finestra. Si arriva poi all’epoca medievale e rinascimentale, quando è il gesso ad essere fortemente sfruttato, per la costruzione di castelli e palazzi.

Nella Torre Veneziana, invece, sono stati ricostruiti ambienti di epoca medievale e rinascimentale, in modo da far meglio comprendere come fossero organizzati e vissuti gli spazi a quel tempo.

Strepitosa la passeggiata lungo le mura, con affacci di una bellezza indicibile sul territorio. In particolare sono ammalianti le prospettive sul Santuario del Monticino, sulla Torre dell’Orologio e sul borgo di Brisighella, che giace addormentato ai piedi dei colli, come un elegante signore vestito di pietra.

Infine visitiamo la caponiera dalla quale si evince la funzione difensiva della rocca e delle fortificazioni dell’epoca.

Purtroppo, però, mentre siamo presi dal percorso museale, il tempo si fa cupo e ricomincia a piovere forte: ecco che la nostra idea di arrivare a piedi fino a qui, diventa improvvisamente pessima! Ci muniamo di una calma zen e, stretti sotto all’ombrello, scendiamo verso il borgo per visitare il Museo Civico Ugonia.
Si tratta di una collezione dedicata al litografo e pittore faentino, che fece di Brisighella la propria “musa ispiratrice” nella realizzazione delle sue opere.

Devo dire che mi lascio conquistare dalle immagini dell’artista, la cui maestria lo ha portato fino al British Museum e agli Uffizi. Un’esposizione che è arrivata a noi grazie alla donazione della moglie dell’artista. All’ultimo piano, troviamo una rassegna dedicata a Pietro Lenzini, pittore, scenografo, incisore e disegnatore romagnolo.

Decidiamo di tornare all’auto, per raggiungere la Torre dell’Orologio senza rischiare di bagnarci: non ci fidiamo più del tempo che diventa sempre più cupo.

Peccato, ci sarebbe piaciuto raggiungere la torre direttamente dalla bella passeggiata che la collega alla Rocca Manfrediana, ma stiamo già sfidando apertamente il meteo, quindi ci accontentiamo di prendere ciò che possiamo!

La stretta stradina è di ghiaia, perciò procediamo lentamente e, per fortuna, quando parcheggiamo nel poco spazio alla base della torre, la pioggia cessa di cadere: possiamo così salire a quello che fu il primo insediamento che diede i natali a Brisighella.

Fortificazione del 1290, fu completamente rimaneggiata nel 1850, quando venne inserito anche l’orologio con il particolare quadrante a sei ore: in questo modo si voleva preservarne la meccanica, grazie alla minore usura degli ingranaggi.

Da quassù il panorama sul borgo di Brisighella, sulla vallata, ma anche sulla rocca e sul Santuario del Monticino, è da mozzare il fiato. Ci fermiamo qualche istante per riempirci gli occhi di questa splendente vallata.

Prima di andarcene, facciamo una sosta proprio al terzo colle di Brisighella, su cui sorge il Santuario del Monticino, che riusciamo brevemente a visitare prima della chiusura serale.
Il Santuario prende il nome dalla Madonna che qui è venerata o, meglio, dall’immagine miracolosa della Vergine del Monticino, una terracotta del 1626, anticamente collocata in un tabernacolo nei pressi di una delle porte di Brisighella

Nel 1662, su questo stesso colle, venne edificata una cappella che, nel 1758, fu sostituita dalla mole dell’attuale Santuario, più volte rimaneggiato nel corso dei secoli.

Voglio concludere il racconto della nostra giornata a Brisighella, dicendo semplicemente che ci siamo innamorati di questo borgo. Lo affermo senza paura di venir smentita, perché quando un luogo merita, merita senza nessun “ma” e nessun “se”.
Accoglienza, percorsi di visita, un territorio ricco, un calendario di eventi da far impallidire le grandi città; un nucleo medievale posizionato tra due grandi nomi della storia e dell’arte, Faenza e Firenze, alle quali non ha nulla da invidiare, grazie ad una spiccata personalità. E non per questioni di vastità, ma perché nel piccolo, spesso, c’è una tale quantità di opere nascoste, da far si che ogni singolo passo valga oro.

Claudia B.

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