Il Montefeltro dimenticato: Auditore e Apecchio

Cosa si fa questa domenica? Fa freddo, ma il tempo è davvero bello, perciò potremmo approfittarne, per proseguire con il nostro progetto di scoperta del Montefeltro!
Anche perché abbiamo una gran voglia di attraversare la verdissima Valle Avellana che, generalmente, percorriamo in moto. Con questo sole bellissimo, l’idea di vedere quel trionfo di verdi e calanchi, ci attira come una calamita.
E’ una zona panoramica strepitosa, dalla quale si possono ammirare il Sasso di Simone e Simoncello, ma anche l’inconfondibile mole del Monte Titano.
Ai tratti aperti sulla vallata e sui calanchi, si alternano brevi passaggi in zone frondose; la strada sinuosa, ci permette di inserirci completamente nel verde luminoso, col sole che colpisce di traverso i fianchi delle colline. Nonostante sia inverno, è un susseguirsi di colori bellissimi, una tavolozza ricca.
Il borgo di Auditore lo vediamo comparire all’improvviso davanti a noi. Anche da qui, siamo passati tante volte, ma con mete diverse da raggiungere, senza avere, così, la possibilità di fermarci. Alla fine, forse, non è poi stato un male, dato che possiamo usufruire di questo bel pomeriggio d’inverno, per passeggiare lungo le pittoresche vie acciottolate del borgo
Parcheggiamo e, appena scendiamo dall’auto, ci accoglie immediatamente una panoramica sulla Valle del fiume Foglia, che è assolutamente mozzafiato, mentre alle nostre spalle sorge imponente la cinta muraria, con i torrioni e la Torre Civica, che svetta sull’abitato.

Un nucleo piccino, raccolto, dove sembra impossibile che le persone vivano veramente, sensazione amplificata dal fatto che, in giro per il borgo, non vi sia davvero nessuno. Passeggiamo lungo le stradine, dove troviamo un grazioso susseguirsi di case in pietra ed altre dai tenui colori pastello.

Dapprima, ci imbattiamo nella bella mole della Chiesa Parrocchiale, di cui visitiamo l’interno…anche se, devo ammetterlo, la terrazza panoramica su cui si affaccia, cattura tutta la nostra attenzione. 

Risaliamo, quindi, verso la parte alta del borgo, racchiusa dalle mura, fino a raggiungere la Torre Civica, attraverso alcuni vicoli molto caratteristici. Passeggiamo anche lungo la parte esterna della cinta muraria, dove il colore delle belle abitazioni, spicca sul verde da cui Auditore è circondato.

Nome particolare, pare derivi dalla parola auditorium, in riferimento al passato quando, il castello, era luogo in cui venivano discusse cause e affrontate controversie. Ciò che si sa per certo è che, il feudo, fu proprietà dei Malatesta nel XV secolo, cui succedettero i Montefeltro, sino al passaggio alla Santa Sede, nel 1631.

Dalla piccolissima piazzetta interna, graziosa e silenziosa, scendiamo nuovamente fino al parcheggio e, dato che la visita di Auditore è stata davvero breve, anche se piacevolissima, decidiamo di proseguire con la nostra passeggiata pomeridiana.

Cosa fare allora? Ed è qui, lo ammetto, che scaturisce nelle nostre fantasiose testoline… No, riformulo. Ed qui, lo ammetto, che scaturisce nella MIA fantasiosa testolina, un’idea bislacca: perché non raggiungiamo Apecchio?

In sé la trovata sarebbe ottima, certo, se non fosse che, questo pittoresco borgo, si trova praticamente dalla parte opposta, rispetto ad Auditore e alla Valle del Foglia. Voi vi starete chiedendo: e allora? Dovete percorrere la strada a cavallo? A piedi? Con il risciò? No! Ma, Apecchio, è veramente da un’altra parte…
Con buona pace di mio marito, saliamo in auto e facciamo il grande errore di impostare il navigatore che decide, si, di portarci a destinazione, ma facendoci passare da una strada rovinatissima e dimenticata persino dall’ANAS.

Non perché sia la più veloce o la più comoda, no. Solo per farci fare qualcosa di alternativo, secondo il concetto per cui, se nel blog parlo di “domeniche diverse”, il navigatore vuole collaborare a renderle tali…
Mentre ci avviciniamo al borgo di Apecchio, il tempo peggiora, si fa cupo, freddo e anche uggioso, minaccia pioggia e, il paesaggio bellissimo, è immerso nella foschia. Ma, che ci crediate o memo, questo non rende meno affascinante la visita. Abbiamo la sensazione di essere sbarcati su un pianeta diverso, dominato dai grigi in ogni sfumatura, contro i verdi e nocciola da cui siamo appena usciti. Un bel cambiamento!
Apecchio l’abbiamo scoperta mentre, in moto, percorrevamo la strada del Valico di Bocca Serriola, che collega Città di Castello a questo angolino immerso nell’Appennino Umbro-Marchigiano, dominato dalla cima del Monte Nerone.

Proseguendo in direzione di Piobbico, poi, c’è un’affascinante susseguirsi di profonde vallate e corsi d’acqua.
La città è davvero antica, su tutto il territorio vi sono segni di insediamenti celti, etruschi, romani, umbri ma, evidentemente, Apecchio è legata sopratutto ai periodi medievale e rinascimentale, per quanto riguarda urbanistica ed architettura.

Anche la prima testimonianza scritta relativa al borgo, risale al 1077, quando sottostava al controllo del Vescovo-Conte di Città di Castello, cui restò legata fino al XIII secolo. In seguito a numerose lotte, prese il sopravvento la famiglia degli Ubaldini della Carda, del vicino castello di Carda, legati per parentela ai signori del Mugello. Furono proprio loro a far si che Apecchio entrasse nell’area d’influenza del Ducato di Urbino, pur mantenendone il diretto controllo.

Appena accediamo nel piccolo centro storico, salta subito agli occhi come tutto l’impiantito abbia un legame stretto con il periodo degli Ubaldini, in particolare gli splendidi edifici signorili, tra i quali Palazzo Ubaldini, iniziato nel 1477, su progetto dell’architetto senese Francesco di Giorgio Martini e terminato quasi un secolo dopo. Passeggiando per le deliziose vie silenziose, possiamo ammirare altri splendidi esempi di palazzi gentilizi, del Rinascimento.

Dopo aver visitato il Santuario del S.S.Crocifisso, ed essere entrati nel cortile di Palazzo Ubaldini, scendiamo lungo un piccolo vicoletto, dove troviamo testimonianza della presenza di una comunità ebraica, in quella che era l’antica Sinagoga del quartiere.

Gli ebrei, rimasero qui per più di un secolo, dalla fine del XV secolo fino al 1631, quando furono deportati nei ghetti di Pesaro, Senigallia ed Ancona. Col passaggio del controllo della città, dal Ducato alla Santa Sede, la comunità non poté continuare ad operare qui.

Ci avviamo piano verso la Chiesa della Madonna della Vita, lungo un viale di cui personalmente mi innamoro, perché racchiude in sé un fascino retrò, da cartolina d’altri tempi. Forse anche per la pietra grigia degli edifici, cui fa da sfondo un cielo altrettanto grigio, con vecchie insegne e solo qualche pianta, mentre alcune persone fanno una passeggiata domenicale, diretti a messa oppure al bar, per bere qualcosa di caldo.

Subito dopo ci troviamo di fronte al Campanone, la Torre Campanaria del XV secolo, vero accesso al borgo di Apecchio, su cui è impresso lo stemma della famiglia Ubaldini. Ovviamente, noi, non siamo entrati nel centro storico dal suo “ingresso ufficiale”, no… guidati dallo spirito d’avventura, inculcatoci dal nostro navigatore, siamo risaliti nel borgo, attraverso uno stretto sentierino, che si inerpica fino alla piazzetta su cui sorge il Santuario del Crocifisso: volete mettere il panorama di cui abbiamo goduto da qui!

A proposito di vie d’accesso, scendiamo lentamente lungo il bel viale lastricato del paese, per raggiungere quella che era la sola arteria, con cui nell’antichità, si entrava ad Apecchio: il ponte medievale a schiena d’asino, che sorge sul fiume Biscubio.

Ogni arcata della struttura poggia sull’altra, determinandone la stabilità. Lo percorriamo fino alla riva opposta, notando la presenza dei cordoli, posizionati a spina di pesce, che impedivano ai carri di retrocedere… e a me, che sono notoriamente più stesa a terra, che in piedi sulle mie gambe, di scivolare indietro, tipo balla da bowling!

La particolare tipologia del ponte, fa pensare che sia stata opera diretta della famiglia Ubaldini i quali, provenendo dal Mugello, importarono anche qui il tipo di architettura tipica della loro zona. A ragion del vero, la prima testimonianza scritta a proposito di questo ponte, risale al 1406.

Bellissima la panoramica sulla parte bassa del borgo, dominata dalla mole di questo elegante ponte a schiena d’asino, di cui si può godere dalla riva opposta del Biscubio: sembra di osservare un dipinto rinascimentale.

Lentamente torniamo verso l’auto, soffermandoci a fare altre foto agli scorci pittoreschi in cui ci imbattiamo, mentre la notte sta lentamente prendendo il sopravvento. Prima di avviarci verso casa, ci fermiamo in un bar a prendere il caffè, soprattutto perché non sappiamo bene da quale “continente” ci farà passare il navigatore: meglio partire con una certa preparazione!

Facendo una serie di calcoli, tipo quelli che eseguivano gli antichi navigatori, arriviamo alla conclusione di trovarci sulla strada percorsa anni fa, per raggiungere la Gola del Furlo.

Generalmente, la stradina dissestata, è quella che abbiamo sempre scelto, anche in moto, in quanto ricollega Apecchio a Sant’Angelo in Vado; di conseguenza, la strada principale, è quella che attraversa profonde vallate sino a Piobbico e, da qui, si può scegliere se girare in direzione di Urbania o proseguire fino al Furlo.

La domanda è: ma per quale motivo, il navigatore, non ha scelto prima questa soluzione? E, soprattutto, come abbiamo potuto dimenticarlo noi stessi??? Sai quanti dolorosi scossoni in meno? Vorrei rispondere che la nostra mancanza, è dipesa unicamente dall’entusiasmo di raggiungere la meta, senza ulteriori indugi…la realtà, è che siamo due grulli, come direbbero i nostri amici toscani!

 

Per l’itinerario precedente, cliccate⇒ Il Montefeltro dimenticato: Peglio e Sant’Angelo in Vado
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Claudia B.

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