Cosa vedere in Alta Valmarecchia: i borghi di Pennabilli, Petrella Guidi, Casteldelci

Immaginate un bellissimo paese, immerso nelle tenebre di una notte primaverile. Immaginate le pietre degli edifici e i ciottoli delle strade, fiocamente illuminati da torce tremolanti e lampioni che infondono calda e suggestiva luce, in maniera appena accennata. Immaginate figure che emergono dalla notte, come evocate dal passato, attraverso i versi della Bibbia. Immaginate il silenzio interrotto solo da canti popolari. Immaginate una collina che, all’arrivo delle misteriose figure, viene “incendiata” da un numero infinito di falò.
Avete queste immagini nella mente e negli occhi? Bene, allora, benvenuti a Pennabillinella notte del Venerdì Santo, alla “Processione dei Giudei”.
Siamo arrivati qui in moto, dato che la serata è abbastanza tiepida e, dopo aver lasciato Tuono nei parcheggi all’inizio del centro storico, ci avviamo verso il cuore del bellissimo borgo dell’Alta Valmarecchia, Piazza Vittorio Emanuele, su cui sorge il duomo.
Ci spingiamo verso la parte esterna, da cui la prospettiva sull’intero slargo, sulla Rupe e sul Roccionedurante le invasioni barbariche antichi rifugi delle popolazioni che vivevano lungo il fiume Marecchia, è strepitosa.
Proprio da questi insediamenti, ebbero origine le due comunità della zona, quella di Penna e quella di Billi, le quali presero il nome dalla conformazione delle due colline, a punta la prima, una cima tra gli alberi la seconda. La Rocca sul Roccione, venne edificata nel 1004, da un discendente della nobile famiglia di Carpegna, soprannominato Malatesta: iniziò così la storia del famoso casato, che dominò l’intera Romagna, spingendosi prima verso Verucchio, per arrivare poi a Rimini.
A metà del XIV secolo, il castello di Penna e quello di Billi vennero uniti ma, il controllo del Comune, passò più volte dalle mani di Malatesta, Montefeltro, Medici, Stato Pontificio. Nel XVI secolo, Papa Gregorio XIII, le diede il titolo di Città e trasferì la sede vescovile a San Leo.

Ci inoltriamo nei vicoli silenziosi ed isolati, fino al luogo di inizio della Via Crucis, dove sono già pronti tutti i figuranti. Si tratta di un’antica tradizione, della quale non si conosce con precisione la data: si parla indicativamente del XIII secolo. Di certo è un evento di fondamentale importanza per tutta la cittadinanza, che partecipa attivamente per la riuscita di questo magico momento.

Un raccolto silenzio si alterna ad antichi canti, i quali accompagnano l‘incedere lento e raccolto dei gruppi delle confraternite, che trasportano solennemente l’opera scultorea della Madonna e del Cristo Morto. Attorno gli incappucciati, i soldati romani, le pie donne e Cristo, che trascina a spalle la Croce, nella sua ultima drammatica tratta, verso il Golgota.

Nella notte cupa e suggestiva, fiocamente illuminata dalle torce, il paese di Pennabilli sembra quasi dipinto, irreale, di una bellezza medievale intatta e struggente, una quinta teatrale poetica, in cui i rituali religiosi fungono da intercalare, nei gesti delle chimeriche figure.

Il mistero della morte e risurrezione, tocca l’apice della rappresentazione, nel momento in cui i figuranti raggiungono il Monastero delle Monache Agostiniane, posto ai piedi della Rupe: con l’ultimo, sentito sforzo Cristo, in solitudine, raggiunge il proprio drammatico destino. A questo punto, l’intera Rupe viene cosparsa da falò e torce, mentre la Processione sfila al di sotto, in un misterioso rituale.

Torniamo lentamente verso il centro del paese, ancora affascinati dalla spettacolare rappresentazione che ha riempito la notte della Valmarecchia. Ci fermiamo in un bar a bere qualcosa, prima di tornare al parcheggio, per salire in sella a Tuono e avviarci verso casa.

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Dopo aver trascorso una tranquilla giornata di Pasqua, il lunedì di Pasquetta lo dedichiamo ad una bella uscita in moto: ci alziamo con calma, facciamo colazione e, mentre preparo dei panini e li sistemo nello zainetto blu, Daniele va a fare il pieno a Tuono.

Non abbiamo fretta, perché la nostra meta è, anche oggi, l’Alta Valmarecchia, a pochi km da casa nostra dove, dopo l’esperienza quasi mistica di due giorni fa a Pennabilli, andremo alla scoperta di altri due graziosi borghi medievali: Petrella Guidi e Casteldelci.
In mezzo ad una campagna bellissima, ammantata di verde smeraldo, vediamo spuntare sin dalla vallata, un intatto agglomerato di palazzine in pietra bianca, perfettamente conservate. Dopo qualche panoramica curva, raggiungiamo l’abitato di Petrella Guidi che, anticamente, faceva parte dei castelli del vicariato di Sant’Agata Feltria (per scoprire di più su questo luogo, cliccate qui) .
Parcheggiamo vicino all’ingresso del paese, dopo esserci ampiamente annunciati a suon di rombante Tuono… cosa che ha, probabilmente, svegliato anche le galline. D’altronde nel periodo di Pasqua, le galline non devono produrre uova in numero infinito? Ecco, allora meglio dar loro lo spunto per accelerarne l’espulsione.
Dopo questo momento “Super Quark”, direi di proseguire con argomenti molto più poetici, come la passeggiata attraverso il caratteristico borgo, lungo vicoletti acciottolati, stretti e ripidi, che collegano le palazzine in pietra bianca.

Si sale fino alla Chiesa di Sant’Apollinare e all’antica Torre quadrata, da cui si spazia con lo sguardo sull’intera, variopinta vallata: anzi, possiamo ammirare anche Pennabilli, con la Rupe ed il Roccione, sotto cui si apre sonnolento il paese. E’ bellissimo da quassù. C’è una tale pace, che decidiamo di sederci e perderci con lo sguardo nei giochi continui delle nuvole e della luce.

Petrella Guidi è poco frequentata, ed è un vero peccato perché, nella sua perfezione, rappresenta la struttura classica del castello minore duecentesco, con la Torre residenziale che, a suo tempo, doveva presentare anche due ali, per ospitare la scuderia, le scorte, gli alloggi e la cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, posizionata all’interno della corte

La porta d’ingresso in pietra, da cui siamo entrati, reca ancora gli stemmi dei casati che si sono succeduti: Malatesta, ovviamente, Faggiola e Stato Pontificio. 
Fino a qualche anno fa, il borgo ospitava, durante l’estate, una piccola ma bellissima rievocazione storica, cui noi solitamente partecipavamo con piacere: “El temp ad prima”, durante la quale il paese si popolava di figuranti in costume storico, rievocazione degli antichi mestieri, canti e balli medievali, spettacoli di giullari, sbandieratori, spettacoli equestri.

Era bellissimo muoversi in un borgo che rinasceva nel passato per due giorni, ricordo ancora quanto fosse suggestivo, arrivare all’imbrunire, quando i profumi dell’estate erano più forti e l’intera vallata, poco alla volta, si accendeva di milioni di lucine, lasciando lo spazio alle tenebre.

E la volta stellata che sembrava di poter toccare con le dita…Ricordo anche come, tanti turisti, visitassero con piacere il borgo, partecipando ai balli sull’aia e fermandosi a ristorarsi nelle cantine, accoglienti come antiche taverne.

Lasciamo Petrella ed i nostri piacevoli ricordi, per salire nuovamente in moto e raggiungere la prossima destinazione: il borgo di Casteldelci.

Strada facendo, ci fermiamo ad un bel tavolone di legno, per pranzare immersi nel verde, proprio come piace a noi, in maniera semplice senza tante pretese, con le pietanze portate da casa, nel fedele zainetto blu. C’e’ solo la natura attorno a noi e, a parte qualche sporadica auto o moto, non notiamo un grande movimento in questo lunedì dell’Angelo. Le persone che stanno dedicando la giornata alla classica gita di Pasquetta, hanno ormai raggiunto i parchi in cui fare pic-nic o le città d’arte, per cui la pace la fa da padrona.
Dopo qualche partita a carte all’ultimo sangue, risaliamo in moto, prima che la sfida degeneri in rissa, e arriviamo fino a Casteldelci, un borgo delizioso da cui siamo passati tante volte, senza mai fermarci: prima di tutto facciamo una sosta nella parte bassa della valle, dove c’è un laghetto in cui il borgo si specchia. E’ davvero grazioso qui e, visto che ci siamo, passeggiamo tutto attorno al piccolo specchio d’acqua,  avvolti dal verde brillante, delle montagne pre-appenninichebaciati dal sole e accompagnati dal cinguettio degli uccellini.

Ci spingiamo anche dalla parte opposta della strada, dove è ancora visibile il bel ponte medievale: ci sono alcune persone che lo attraversano e, seguendo il sentiero, salgono fino Casteldelci a piedi. Noi abbiamo la giacche da moto, non siamo proprio liberi di muoverci, perciò raggiungiamo il borgo, adagiato su una collinetta, in moto. Dopo poche curve, possiamo parcheggiare, ed immergerci nel piccolissimo centro storico.

Pochi palazzi in sassi, tra cui la Casa Museo, in cui sono conservati reperti archeologici del territorio, la Chiesa ed il Municipio, circondano la Torre Campanaria, che si raggiunge salendo una scalinata in pietra.

Da qui, si spazia con lo sguardo sull’intera vallata, percorsa da giochi di luce suggestivi e incantevoli, immersa nel forte verde della rinascita primaverile.

Nella pace in cui è adagiato il borgo, con difficoltà si può immaginare l’orrore che conobbe durante la Seconda Guerra Mondiale quando, per aver dato aiuto ed ospitalità ad un gruppo di partigiani, subì una feroce rappresaglia da parte delle truppe tedesche: dopo aver trucidato trenta cittadini tra anziani, donne e bambini, distrussero l’intero abitato.

Fortunatamente, oggi, possiamo ammirare questo grazioso ed ameno gioiellino al massimo dello splendore, immerso nella florida campagna in cui si intrecciano tre regioni, Emilia Romagna, Toscana e Marche.

Dopo questa bella passeggiata, torniamo al parcheggio per salire in sella a Tuono e raggiungere casa con calma: nella calda luce del tramonto primaverile, ci lasciamo alle spalle una giornata semplice ma davvero piacevole, in cui abbiamo aggiunto un ulteriore tassello, alla scoperta della nostra amata Valmarecchia.

Claudia B. Daniele L. Aprilia Tuono 

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