San Vittore delle Chiuse e Genga

C’è solo una cosa più bella delle Marche: le Marche nei mesi di giugno e luglio, quando sono al culmine della rinascita. I colori accesi dei fiori di campo, di papaveri e ginestre, si fondono con le mille sfumature di verde, il giallo del grano e il bianco del sambuco.
Il profumo si spande nell’aria tiepida con forza, ed entra dai finestrini dell’auto mentre percorriamo la splendida campagna marchigiana.
Vista l’instabilità del tempo, abbiamo deciso di boicottare la moto, per raggiungere Genga e San Vittore delle Chiuse: dopo il diluvio universale nel quale ci siamo trovati a “navigare” domenica scorsa, di ritorno dalla Valtellina, per questa uscita last-minute siamo ricorsi alla sicurezza dell’auto.
Le immagini di scenografici e rigogliosi paesaggi campestri, scorrono davanti a noi rapidi ma indelebili per la mente. Amiamo tantissimo le Marche, ogni volta che ci troviamo a trascorrervi del tempo si crea un legame sempre più profondo con questa regione; è come se non potesse mai bastare ciò che il territorio ha da offrire e, inevitabilmente, il desiderio di tornarvi diventa più forte.
Anche fermarsi a pranzare nei pressi di un impetuoso torrente all’interno di una gola, costituisce un attimo di eterea pace: solo lo scrosciare dell’acqua, il vento che fa muovere le foglie degli alberi, qualche auto che passa sulla vicina statale, senza nemmeno disturbare più del dovuto, le nuvole che si addensano tra le pareti delle cime, minacciose ma comunque artistiche, con i continui cambi di tonalità cui sottopongono il territorio.
San Vittore delle Chiuse e Genga sono a circa due ore e mezza di auto da casa nostra; siamo partiti tardi e arriviamo solo a metà pomeriggio: il che significa che non avremo molto tempo per fermarci, ma non importa. Prenderemo da questa uscita tutto quello che potremo e, sostanzialmente, la considereremo una breve evasione domenicale molto gradita.
Il piccolo abitato di San Vittore Terme si trova a ridosso delle Grotte di Frasassi, all’interno del Parco Naturale Regionale della Gola della Rossa e di Frasassi.
Uno scenario davvero d’impatto, una delle aree più belle della provincia di Ancona, in cui si possono creare percorsi di visita vari e ricchi, in un’unione tra eremi, abbazie, borghi, percorsi naturalistici. 
Ciò che mi ha spinto a scegliere questa meta, oggi, è stata la curiosità di visitare l’Abbazia di San Vittore delle Chiuse.
Stretta in una scenografia davvero suggestiva, fra le alte pareti di roccia nella gola di Frasassi e il torrente Sentino, il pregevole edificio rappresenta uno degli esempi meglio conservati di architettura romanica.
Anche il nome sembra derivi dalla particolare posizione che occupa, all’interno di uno scrigno roccioso naturale, che tende a celare e proteggere il santuario. 
Si tratta di un antichissimo complesso benedettino, documentato attorno alla fine dell’anno Mille, la cui piccola chiesa in pietra calcarea spicca al di sopra di una collinetta. L’ordine benedettino era estremamente influente in queste zone dove, il rapporto con la terra, il duro lavoro e la preghiera, erano alla base della vita.
Fino si primi anni del XIII secolo, il convento ricoprì un ruolo fondamentale, controllando un vasto numero di chiese e castelli.
Guardando le foto, avevo immaginato che il santuario fosse completamente isolato: resto perciò un attimo basita quando lo ritrovo al centro di un abitato minuscolo ma, comunque, preso d’assalto dai turisti, visita la presenza di ristoranti, strutture ricettive e le Grotte di Frasassi proprio nei pressi
Traduco il mio pensiero: non sto dicendo che l’immagine non sia comunque d’impatto e sbalorditiva ma, vista la particolarità del luogo, la mia mente aveva già assaporato il piacere di ritrovarsi in uno scenario mistico e discreto. Possibilmente senza grida disumane di bambini e adulti all’interno della chiesa. 
Attendo quindi che la sala si liberi, per godermi appieno l’intima e particolare atmosfera che si respira all’interno, una sala a croce greca, il cui perimetro è quasi un quadrato perfetto.
Le tre semplicissime navate, sono suddivise da quattro possenti colonne, il tutto sormontato da volte a crociera e da una cupola centrale, racchiusa in un tiburio ottagonale. Bellissimo. 
Il semplice rigore dell’ambiente, sembra dilatarsi nonostante la dimensione ridotta: la sensazione è che le colonne si moltiplichino ed il soffitto si innalzi! Non si avverte senso di opprimente chiusura, come spesso capita negli edifici romanici. 
Esternamente il santuario sembra quasi una fortezza, per la massiccia forma sormontata da un torrione, la torre cilindrica a ridosso della facciata, le cinque absidi di cui tre sull’abside maggiore e due sui lati, mentre le pareti sono decorate da archetti cechi e lesene.
L’interno è stupefacente nella sua sobrietà. Mancano completamente le decorazioni, eppure questo non crea assolutamente senso di disagio, anzi: lo sguardo è costantemente attratto dalla bellezza rigorosa della struttura. 
Fino a che un misterioso simbolo dell’infinito non attrae la mia attenzione: alla sinistra dell’altare, nel vano della porta, una piccola familiare incisione risalta come un faro nella notte, nel disadorno spazio. Un otto scolpito nella parete, sembra quasi fare l’occhiolino in maniera furba al visitatore, spingendolo a chiedersi cosa ci faccia lì da solo, in un punto che, prima o poi, si deve per forza notare!
Le singolarità artistiche e storiche, catapultano sempre in un circolo di profonda curiosità, in cui ci si interroga sul senso di ciò che si vede. Va considerato un caso? Uno scherzo di qualche artigiano bontempone, oppure la simbologia è molto più profonda e nascosta? Mi piacerebbe tanto trovare qualcuno che sappia rispondere alle mie domande…penso che manderò una mail a Giacobbo. 
Dopo la visita al santuario, un pausa caffè e quattro passi nel paese, saliamo in auto per raggiungere la vicinissima Genga, che dista davvero pochi chilometri da San Vittore.
L’abbiamo notata all’andata, col piccolo abitato in pietra che spiccava dalla frondosa collina su cui è adagiata, ed era impensabile non fermarsi per una passeggiata. 
Si tratta di un antico piccolo castello medievale, luogo di origine dei Conti della Genga. Ha radici antichissime e sconosciute, che si basano perlopiù su leggende.
Una delle poche certezze è che le popolazioni della Valle del Sentino si stabilirono qui e, in seguito, giunsero gli Umbri e i Piceni. Successivamente il territorio fu invaso dai Galli Senoni, che vennero cacciati dai romani. Questi ultimi fondarono numerose colonie, tra le quali Senigallia. 
Il centro è minuscolo ma di una grazia irreale. A picco sulla verdissima vallata del Sentino, celato in un folto decoro di alberi, l’abitato si dipana su tre viali. Abitazioni in pietra perfettamente ristrutturate, palazzine decorate con fiori e piante, la parrocchiale e due musei: il Museo di Genga e una raccolta dedicata ad Annibale della Genga, divenuto poi Papa Leone XII. 
Massima semplicità e silenzio con affacci mozzafiato ma, soprattutto, un’atmosfera davvero piacevole: lillipuziani slarghi in cui tutto è pronto per accogliere le persone del paese che, nelle calde notti estive, immagino raccogliersi qui per chiacchierare del più e del meno; una pace avvolgente, data da un silenzio familiare, che mette a proprio agio. 
Nei dintorni di Genga, oltre alle Grotte di Frasassi, a San Vittore delle Chiuse e al vicino Museo Speleopaleontologico ed Archeologico, in cui è conservato anche un esemplare di ittiosauro, si trovano il Tempio di Valadier e l’eremo di Santa Maria, voluti da Papa Leone XII (di cui ho scritto qui), e costruiti all’interno di una grotta, nelle Gole di Frasassi.
Segnalo anche il circuito tra i nove castelli di Arcevia, ossia piccoli, deliziosi borghi medievali riportati all’antico splendore, che fanno capo alla cittadina in provincia di Ancona (se volete saperne di più cliccate qui). 
Noi rimandiamo il resto delle visite alla prossima volta: il rientro è piuttosto lungo e non possiamo fermarci oltre.
Eppure non ci dispiace salire in auto, visto che ci attende un passaggio rilassante e sbalorditivo tra le bellezze della campagna marchigiana al tramonto, brillante dopo un veloce acquazzone, inondata dai caldi colori preserali. Ci lasciamo avvolgere dall’aria frizzante, dalle immagini di un fascino delicato e vivido, mentre anche questa giornata scivola via. 
Claudia B.

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